3 novembre 2026
Domenica 25 ottobre 2026, presso il MuMAB a San Nicomede, Società Parmense di Scienze Naturali e Parchi del Ducato hanno organizzato un seminario di Alessandro De Maddalena per conoscere la specie iconica dello Squalo bianco. Il relatore, tra i maggiori esperti internazionali di Elasmobranchi, ha presentato la sua esperienza di trent’anni di ricerche sul campo nel bacino del Mediterraneo, in Sudafrica, Messico e Australia. Lo studioso, fotografo, scrittore e divulgatore ha intrattenuto gli spettatori con immagini eccezionali e una narrazione coinvolgente tratta dalla personale esperienza nei siti marini più importanti per contattare la specie. Abbiamo incontrato lo specialista che ci ha esposto i punti cruciali del suo lavoro.
Professor De Maddalena, la percezione pubblica dello squalo bianco è ancora fortemente influenzata dalla narrazione sensazionalistica. Qual è l’attuale condizione ecologica di questo superpredatore?
ADM – La distanza tra la percezione collettiva e la realtà è enorme. In natura non esistono «mostri» e lo squalo bianco è semplicemente un predatore apicale, un componente essenziale della catena trofica marina equiparabile a un lupo, a un rapace o a qualsiasi altro superpredatore. Occupa una nicchia trofica nelle acque pelagiche, superficiali e costiere e controlla le popolazioni delle specie preda che possono variare nei diversi ambiti marini.
Lei ha dedicato la sua tesi di laurea e gran parte della sua carriera allo studio degli squali nel Mediterraneo, ci può illustrare la condizione di presenza in quest’area?
ADM – Perdura la convinzione che lo squalo bianco sia un visitatore occasionale nel Mediterraneo, entrato per errore dall’Oceano Atlantico o sopraggiunto di recente attraverso lo Stretto di Gibilterra. Non è così. La letteratura scientifica e gli archivi storico-museali dimostrano l’esatto contrario: Carcharodon carcharias vi è presente da tempi imprecisabili. Tanto è vero che la prima descrizione della specie venne eseguita da Linneo su esemplari locali, sebbene già nel ‘500 e nel ‘600 Rondelet, Gessner e Steno avessero trattato la specie e segnalato la sua presenza nel Mediterraneo. Quindi lo squalo bianco si riproduce, si alimenta e compie il suo intero ciclo vitale nel nostro bacino ma la sua presenza viene poco rilevata perché gli esemplari sono sempre più rari.
In particolare, dapprima ho esaminato oltre 120 reperti conservati nei musei di Storia naturale d’Italia ed Europa (mascelle, vertebre, esemplari tassidermizzati) per raccogliere dati, quindi, mi sono avvalso della costante collaborazione della Marina Militare, delle Capitanerie di Porto e dell’appoggio del settore della subacquea e della vela, nonché del confronto con numerosi ricercatori per ricostruire un quadro complessivo dello stato di presenza. Emerge un dato inequivocabile: in passato le catture erano assai più frequenti, soprattutto in associazione alla pesca del tonno rosso (Thunnus thynnus) poiché questa è una delle sue prede d’elezione nel Mediterraneo, al pari di pesci spada, piccoli cetacei (Delfinidi) e altri Elasmobranchi. Le interazioni con la foca monaca (Monachus monachus) sono rarissime anche in epoca storica, evidenziando come i Pinnipedi non erano parte integrante della dieta in quest’area geografica. La drastica riduzione odierna è dovuta sia alle catture dirette sia al crollo delle risorse ittiche disponibili per effetto della sovrapesca.
Per conoscere il comportamento alimentare ha visitato alcuni siti marini dove si osservano particolari specializzazioni nella predazione. Ci documenta queste esperienze?
ADM – A False Bay, nei pressi di Seal Island in Sud Africa risiede una colonia di otarie orsine del Capo (Arctocephalus pusillus pusillus) stimata tra i 65.000 e i 72.000 individui. Gli squali si appostano al margine della piattaforma insulare, lungo le scarpate dove il fondale declina rapidamente. Nuotando a diversi metri di profondità, sfruttano la ridotta visibilità dell’acqua (spesso limitata a 2-5 metri) e le condizioni di luce tipiche dell’alba. Gli attacchi si concentrano in una finestra temporale ristrettissima, circa 20-30 minuti attorno al sorgere del sole. In questa fase, c’è luce sufficiente affinché lo squalo, guardando verso l’alto, riesca a scorgere la sagoma (silhouette) dell’otaria in superficie, ma non abbastanza perché la preda possa individuare il predatore nell’ombra sottostante. Lo squalo bianco si lancia verticalmente dal fondo ad altissima velocità, proiettandosi spesso completamente fuori dall’acqua. Questo attacco a sorpresa ha uno scopo ben preciso: massimizzare le probabilità di successo al primo impatto e risparmiare energia metabolica. Se l’attacco fallisce e l’otaria intuisce la presenza del predatore, il tasso di successo delle catture crolla drasticamente. Un altro aspetto emerso dalle nostre osservazioni riguarda la selezione delle prede: gli squali predano i cuccioli di otaria a partire dal mese di aprile quando hanno già accumulato uno spesso strato di grasso sottocutaneo che può fornire loro un apporto calorico ed energetico elevatissimo, essenziale per il bilancio metabolico del predatore.
Nel corso di queste ricerche avete approfondito anche aspetti etologici per comprendere le tecniche di predazione simulando la disponibilità di prede con modelli artificiali. Perché gli squali li attaccano? Si sbagliano per incapacità o c’è altro?
ADM – Molti ritengono che l’attacco a una sagoma artificiale o a una tavola da surf sia la prova che lo squalo «scambi» l’oggetto per una foca a causa di una scarsa acutezza visiva. Non è così. Nelle acque torbide o in presenza di individui giovani, l’errore percettivo può sussistere. Nella maggioranza dei casi, invece, gli attacchi su oggetti inanimati rientrano nel cosiddetto targeting practice, cioè un’attività di allenamento e affinamento delle tecniche predatorie. Infatti, quando lo squalo bianco afferra la sagoma dell’otaria in neoprene la sputa quasi istantaneamente, a dimostrazione di non ritenerla commestibile.
Passando al Golfo di California, l’Isola di Guadalupe in Messico è stata a lungo un sito apprezzatissimo per avvicinare gli squali. Abbiamo notizie che il santuario ha assunto una drastica decisione riguardo gli accessi.
ADM – Guadalupe rappresentava un sito eccezionale per lo studio dello squalo bianco. Ottima visibilità subacquea, compresa tra i 30 e i 40 metri, acque temperate e una concentrazione unica di grandi femmine adulte e gravide. Tuttavia, la vicinanza geografica agli Stati Uniti ha provocato un afflusso massiccio di operatori cinematografici e un turismo non regolamentato. Diversi gestori dei punti di immersione hanno immerso in mare gabbie inidonee per il contato ravvicinato in sicurezza. Tali strutture sono state realizzate con aperture molto ampie per garantire riprese senza ostacoli di sbarre. Gli squali che puntano in modo fulmineo verso la preda hanno iniziato a rimanere incastrati ferendosi e mettendo a rischio anche la sicurezza degli esseri umani.
Il ricorso a metodi di attrazione non etici e ad esibizioni imprudenti da parte di subacquei in cerca di sensazionalismo ha costretto il governo a rinunciare all’ecoturismo chiudendo di fatto l’accesso pubblico al Santuario. Una scelta coraggiosa che, se non vi sono risorse o strumenti per monitorare costantemente le imbarcazioni, diventa l’unica opzione etica e conservazionistica praticabile.
Un altro punto di riferimento globale è Port Lincoln, nell’Australia Meridionale. Che cosa differenzia la gestione australiana da quella di altre aree?
ADM – L’Australia Meridionale, in particolare l’arcipelago delle Neptune Islands, è il luogo in cui Rodney Fox, sopravvissuto nel 1963 a un celebre attacco da squalo e divenuto poi il principale pioniere della ricerca e della protezione della specie, ha ideato e attivato l’uso delle gabbie di immersione. A differenza di quanto accaduto altrove, l’amministrazione australiana ha contingentato in maniera severissima le licenze: sono soltanto due gli operatori autorizzati a svolgere le attività nell’intero continente. Questa restrizione evita il fenomeno del sovraffollamento e dell’impatto antropico di massa e si possono applicare regolamenti operativi rigidi e controllabili. In particolare, ad esempio, l’esca (per lo più branchie di tonno) non viene fornita per alimentare lo squalo, operazione assolutamente da evitare, ma viene utilizzata solo per mantenere l’interesse degli animali attorno all’imbarcazione, per soddisfare gli scopi scientifici e fotografici. Nelle acque australiane è inoltre diffuso l’impiego della gabbia da fondale (bottom cage), calata a 15-30 metri di profondità. Questo dispositivo offre una prospettiva unica poiché consente di osservare il comportamento dello squalo nel suo ambiente primario di pattugliamento, scenograficamente integrato nel paesaggio bentonico del reef australiano tra banchi di carangidi (Pseudocaranx georgianus), razze giganti e praterie di vegetazione sommersa.
Passando alle tecniche di censimento e monitoraggio, cosa si fa oggi per studiare le popolazioni direttamente in mare?
ADM – Si è enormemente sviluppata la tecnica della marcatura degli esemplari per costruire mappe di presenza e le rotte di spostamento. Questi rilevatori presuppongono l’applicazione sul corpo degli squali di dispositivi necessari per intercettare la loro presenza tramite gli strumenti satellitari. Come al solito, vi è una distinzione netta tra la marcatura minimamente invasiva e certe pratiche commerciali o televisive che sconfinano nello spettacolo. La tecnica corretta prevede l’inserimento rapido di un piccolo tag satellitare mentre lo squalo si trova in acqua, affiancato all’imbarcazione, senza provocare alcun blocco motorio o stress prolungato. Al contrario, assistiamo sempre più spesso a spedizioni propagandate come “ricerca” in cui gli squali vengono catturati all’amo, stancati per ore, sollevati dall’acqua mediante piattaforme idrauliche e trattenuti all’aria aperta fino a 20 minuti. In queste procedure, le pinne dorsali vengono trapanate per fissare pesanti trasmettitori satellitari con bulloni metallici. Queste operazioni causano lesioni permanenti: la pinna dorsale viene progressivamente lacerata e sfigurata nel corso della crescita dell’esemplare. Purtroppo, è accertato come il forte stress da cattura e la manipolazione fuori dall’acqua abbiano spinto molti esemplari ad abbandonare i propri habitat stanziali o, in diversi casi, ne abbiano causato la morte differita. La scienza non può e non deve trasformarsi in un reality show.
Per concludere vediamo alcuni aspetti biologici chiave relativi alla riproduzione e alla vulnerabilità della specie.
ADM – Gli elasmobranchi possiedono una biologia riproduttiva complessa, più affine a quella dei grandi mammiferi che a quella dei pesci ossei (Osteichthyes).
Queste dinamiche di accrescimento estremamente lente attestano la fragilità della specie. Se una popolazione viene decimata dalla pesca, la capacità di ripresa demografica richiede decenni.
Qual è il bilancio finale sul rapporto tra l’uomo e lo squalo a livello globale?
ADM – A livello globale si registrano circa 10 vittime all’anno per attacchi di squalo (in Italia l’ultimo caso fatale, dovuto a uno squalo bianco, risale al 1989 a Piombino). Nello stesso arco di tempo, l’uomo uccide tra i 60 e i 270 milioni di squali a causa della pesca intensiva, mirata o accidentale. Nessuna specie di squalo annovera l’essere umano nella propria dieta: per quanto concerne lo squalo bianco, le rare aggressioni sono semplici morsi esplorativi o dinamiche di targeting practice di cui abbiamo detto a proposito dei modelli di otaria. La scomparsa degli squali sta scatenando un effetto domino distruttivo sugli ecosistemi marini. Guardare allo squalo bianco con rispetto, tutelarne gli habitat e promuovere una corretta divulgazione scientifica non è soltanto un atto di salvaguardia etica, ma una necessità ecologica imprescindibile per la salute degli oceani e della nostra stessa specie.
De Maddalena, A. (2014) – Biologia dello squalo bianco. Editoriale Magenes, Milano: 190 pp.
Cigala-Fulgosi, F. (1990). Predation (or possible scavenging) by a great white shark on an extinct species of bottlenose dolphin in the Italian Pliocene. Tertiary Research, 12(1), 17–36.
De Maddalena, A. (2008) – Squali nel Mediterraneo. SubAqua. Rivista Giugno 2008: 76-85.
De Maddalena, A. (2013) – Necessità di utilizzo di metodologie non invasive nello studio degli squali bianchi. Il Pesce, Maggio/Giugno 2013: 127.
De Maddalena, A. (2024) – L’ecoturismo con gli squali bianchi. Il Pesce, 2/2024: 36-41.
Freschi, A. (2014) – I cetacei pliocenici del Museo Paleontologico Parmense. In: Le collezioni di Cetacei dei musei italiani. Seconda parte (Cetacei fossili), a cura di Giovanni Bianucci e Vincenzo Vomero, 37–45. Museologia Scientifica Memorie, n. 13. ANMS, Firenze.